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20 Luglio

«Gli antichi abitanti della Mesopotamia vedevano le proprie città-stato come copie terrene di un modello
d’ordine divino. Ogni città-stato era sacra, in quanto legata a un dio oppure a una dea. Di qui, Nippur, il piú
antico centro religioso di Sumer, era Enlil, dio del Vento. Inoltre, collocato al centro di ogni maggiore città-stato, vi era un complesso templare. Estesa per alcuni ettari, quest’area sacra comprendeva una ziqqurat, con un tempio sulla sommità, dedicato al dio o alla dea che possedeva la città. Tale complesso templare era il vero centro della comunità. Il dio o la dea principali vi abitavano simbolicamente sotto forma di una statua, e la cerimonia di dedica comprendeva un rituale che legava l’immagine al dio o alla dea, e cosí ne sfruttava il potere sovrannaturale a vantaggio della città (...) sebbene gli dèi, letteralmente, possedessero la città, il tempio usava soltanto una parte dei suoi terreni, e dava in affitto il resto» (Jackson J. Spielvogel, Western Civilization, 1996).

Dalla Terra tra i due Fiumi, alla Terra dei mille conflitti. Se un antico Greco, per incanto, potesse godere dell’occhio dell’attualità, potrebbe ben chiamarla «Mesopolemia». In questo mondo in cui tutto cambia senza sosta, i due fiumi sono confluiti nell’unico estuario dello Shatt-el Arab, e uno di essi, il Tigri, sbarrato da una diga dopo l’altra, scorre ormai come una profonda cicatrice con non piú del 10 o del 20 per cento della sua antica portata; mentre attorno alle pianure alluvionali si affollano guerre e stragi vecchie e nuove.

È con un senso di continuo stupore che chi ama (per personale e spesso irrazionale vocazione) l’archeologia orientale, la cultura biblica e la storia delle prime civiltà assiste a questo ribollire di guerre e distruzioni: violenze che, come i lettori ben sanno, in ben piú di un’occasione si sono riversate con esiti rovinosi sulle testimonianze del patrimonio culturale. Facile sarebbe sostenere che vi è ben poco di nuovo sotto il sole: la storia della Mesopotamia, in particolare da quando essa può essere ricomposta, tra mille esitazioni, da frammenti di iscrizioni e immagini quasi integralmente dovute alla propaganda dei sovrani, è intrisa di arroganza, violenza e compiacimento di morte.

Il pensiero corre, a questo punto, ai celebre rilievo di Assurbanipal (668-631) e della sua consorte a banchetto, che abbellivano le pareti dei palazzidi Ninive: l’ultimo grande re degli Assiri, posate le armi, beve sdraiato su un letto tra palme e alberi da frutto, tra uccelli svolazzanti e i fumi aromatici degli incensieri, all’ombra di una pergola rigonfia di grappoli d’uva (vedi foto in alto, sulle due pagine). Al suo cospetto, l’aria serale è pervasa dal suono dell’arpa e dolcemente mossa dai ventagli degli inservienti. Dal ramo di un albero, in un angolo remoto del giardino, per ribadire l’insignificanza del nemico, è appesa, capovolta, la testa mozzata di Te-Umman, re dell’Elam (nel margine sud-occidentale dell’altopiano iranico): un grande anello in ferro, come quello usato per appendere le teste degli animali macellati, gli attraversa la bocca. Era il 653 a.C., e mancavano poco piú di quarant’anni al crollo, nella polvere e nel sangue, della stessa Ninive.

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