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Libri

Sulle tracce di Rutilio Namaziano

Mariagrazia Celuzza
SULLE TRACCE DI RUTILIO NAMAZIANO Il De Reditu fra storia, archeologia e attualità
EFFIGI, Arcidosso (GR), 92pp.,
ILL. COL. e B/N
12,00 euro
ISBN 9788855241007
www.cpadver-effigi.com

Recensione originariamente pubblicata su Archeo n. 439 – Settembre 2021

Se nel 1493, nel monastero di S. Colombano a Bobbio, non fosse riemerso, tra i testi latini di un codice, il poema di Rutilio Namaziano (già allora mutilo), nessuno mai avrebbe sentito nominare né l’opera in versi, né l’autore del De Reditu Suo. Nel 1520 usciva l’editio princeps del manoscritto originale che, nel frattempo, era stato smembrato e in parte riciclato, dopo essere stato trascritto. Nel 1973, nella Biblioteca Nazionale di Torino tornava alla luce un frammento di quel primo e perduto codice di Bobbio, riutilizzato come rattoppo in pergamena di una rilegatura, che ha restituito altri 28 versi di questa composizione poetica risalente al V secolo d.C. A raccontarci la storia e la fortuna di questo poemetto è Mariagrazia Celuzza (già direttrice del Museo Archeologico e d’Arte della Maremma di Grosseto, nonché docente di museologia e museografia all’Università di Siena), proponendo una rilettura del De Reditu, tra storia, archeologia e attualità.

Namaziano era un senatore, appartenente a una ricca e nobile famiglia della Gallia, che, negli ultimi giorni di ottobre del 417 d.C., lasciò Roma diretto a Tolosa. Nell’Urbe, Rutilio aveva svolto una importante carriera politica, fino a diventare praefectus urbi (nel 413 o 414 d.C), carica che comprendeva la presidenza del Senato e l’esercizio di tutti i poteri civili e militari. Ed è dunque probabile che, in quella veste, si sia occupato della ricostruzione della città dopo il sacco di Roma a opera dei Visigoti, nel 410. Il mondo di Rutilio, profondamente pagano e legato alla tradizione senatoriale, è svanito. L’imperatore d’Occidente risiede a Ravenna ormai dal 402 e sembra assistere indifferente alle invasioni dei Goti. A Roma restano il Senato e l’apparato burocratico. Il senatore torna in Gallia, travolta anch’essa dall’invasione gota del 412-415, con il compito di ricostruire Tolosa dalle macerie. Lascia, però, con dolore la sua amatissima Roma («ma la mia sorte mi strappa via dalla terra amata, mi richiamano i campi della Gallia, dove nacqui…»), come si legge nei versi che descrivono il viaggio. Rutilio si imbarca a Roma, a Portus, e proprio qui, aspettando che il mare sia buono per la partenza, ha l’idea di un diario di viaggio poetico, in distici elegiaci, in cui descrivere città, paesaggi, fenomeni naturali osservati durante la navigazione che seguirà la costa del Tirreno alla volta della Gallia.

Nel poemetto esprime anche le sue riflessioni, narra degli incontri con i vecchi amici lungo le tappe del viaggio, e non tralascia frequenti e raffinati richiami mitologici e letterari. Al centro di tutto, però, come si legge nel brano più famoso dell’opera Inno a Roma, c’è per il poeta l’ammirazione per l’Urbe e per tutto ciò che essa ha rappresentato. Per lui, provinciale, la città rimane l’unico centro possibile e la sola capitale dell’impero, esempio di virtú guerriera e di clemenza verso i vinti, nonché di giustizia, ordine, civiltà e tolleranza. Mariagrazia Celuzza porta l’attenzione del lettore alle tappe del viaggio, che, a parte la citazione di una città ligure, Luni, sono – nei frammenti che ci sono pervenuti – tutte in Toscana e a questo, forse, si deve la fortuna di questo componimento fino ai giorni nostri, ancora recitato in pubblico soprattutto in questa regione.
Ma non solo. Da quando, nel 1992, Alessandro Fo ha curato una nuova edizione del De Reditu, nella collana bianca di poesia dell’Einaudi, l’opera ha avuto una grande diffusione e successo. Nel 2004 ne è stato tratto anche un film, De Reditu – Il ritorno, del regista Claudio Bondí e, nel 2011, è stata pubblicata una nuova e pregevole edizione curata da Sara Pozzato e da Andrea Rodighiero (Il Ritorno), con saggio introdutivo
di Alessandro Fo.

L’originalità del volume di Celuzza è nell’aver ripercorso l’itinerario di Namaziano rapportandolo alle testimonianze archeologiche di un territorio che la studiosa conosce e ci descrive, partendo dall’esperienza personale di Rutilio, ma anche dagli spunti che geografici e ambientali l’opera offre. Seguendo le tracce di approdi costieri e fluviali, di insediamenti, di cambiamenti climatici, come l’alluvione che, per esempio, tra il V e VIII secolo cambiò il corso del fiume Auser (Serchio). In epoca romana e, ancora nella descrizione di Rutilio, esso confluiva con un ramo nell’Arno e nella città di Pisa.

Lorella Cecilia

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