Cartagine sotto Cartagine
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Cartagine sotto Cartagine

Dalla preistoria alla città monumentale di età romana: i nuovi scavi della missione italo-tunisina (università «La Sapienza» di Roma e Institut National du Patrimoine) restituiscono il volto della metropoli africana che, per oltre un millennio, non ha mai smesso di ricostruirsi sopra se stessa.

Prima di essere Cartagine, prima ancora che Virgilio fissasse il nome di Didone nella memoria del Mediterraneo, il promontorio che domina il golfo di Tunisi era già stato scelto da una comunità autoctona, come luogo favorevole dove vivere. La stretta penisola compresa tra il lago di Tunisi, la laguna settentrionale e il mare offriva approdi naturali, terre fertili, risorse idriche e soprattutto una posizione strategica eccezionale dominante l’intero golfo fino al dito del Capo Bon, un punto di controllo fra il Canale di Sicilia e le rotte verso Occidente. Gli esuli di Tiro approdarono, dunque, non in un luogo vuoto, ma un paesaggio abitato da secoli. Questo, molto banalmente, è uno dei risultati dei più recenti scavi condotti congiuntamente dall’Institut National du Patrimoine della Tunisia e l’Università di Roma «La Sapienza» a Cartagine.

Lo studio del paleoambiente e del substrato preistorico ha consentito infatti di delineare la storia di quella che potremmo chiamare la «Cartagine prima di Cartagine»: un mosaico di frequentazioni preistoriche e protostoriche, legate alla pesca, allo sfruttamento delle lagune e ai primi circuiti di scambio regionali, alla formazione di tradizioni funerarie e alimentari che avrebbero segnato la componente indigena della cultura cartaginese. Questo retroterra non fu cancellato dall’arrivo dei Fenici, ma costituì il quadro ambientale e umano entro cui si innestò la nuova fondazione.

«Byrsa»: il mito della pelle di bue

Secondo la tradizione, fu Elissa – la Didone dei Romani – a guidare i profughi di Tiro sulle coste africane, acquistando con l’astuzia tanta terra quanta ne potesse contenere una pelle di bue ritagliata in sottilissime strisce fino a delimitare la collina di che fu appunto detta «Byrsa» (= in greco «pelle di bue»), un nome scelto forse anche per l’assonanza con il fenicio bors/baret «cittadella», «fortezza». È uno dei miti di fondazione più celebri dell’antichità, ma oggi l’archeologia permette di rileggerlo in una luce nuova. Dietro il racconto leggendario si intravede infatti una realtà storica più complessa: quella di un incontro fra coloni levantini e comunità locale, in un paesaggio già conosciuto e già abitato. Gli scavi nella nuova area sulla Collina di Junon consentiranno di approfondire lo studio sulla prima topografia di Cartagine.

Intanto, i nuovi scavi della missione congiunta INP-Sapienza nell’area di Dermech, ai margini settentrionali della città antica, hanno restituito livelli databili alla prima metà dell’VIII secolo a.C., con ceramiche fenicie a ingobbio rosso associate a produzioni indigene modellate a mano e a importazioni dal mondo greco e tirrenico. È una scoperta di grande rilievo, perché documenta concretamente la fase iniziale dell’insediamento cartaginese, già inserito in una rete mediterranea di contatti, scambi e coabitazioni. Così, sotto il mito di Didone, emerge finalmente la Cartagine documentata dall’archeologia: una città nata dall’incontro fra Oriente e Africa, e destinata in pochi secoli a diventare una delle grandi capitali del mondo antico.

La città dei morti e quella dei vivi

Come ogni grande metropoli fenicia, anche Cartagine organizzò fin dalle origini il proprio spazio secondo una netta distinzione fra mondo dei vivi e mondo dei morti. Le necropoli si disposero lungo le periferie della città arcaica, seguendo i margini naturali del promontorio centrale e i principali assi di accesso, proprio dove la missione INP-Sapienza sta lavorando. Le necropoli più antiche di Cartagine si disposero attorno al primo nucleo urbano, la collina di Byrsa, e alle sue pendici; poi, altri settori funerari si svilupparono nelle vicine colline di Junon, Douïmès, Dermech e, più tardi, presso la collina dell’Odéon. I nuovi scavi INP-Sapienza alla giunzione tra le colline di Byrsa e Junon vengono a trovarsi quindi in un’area davvero decisiva per la comprensione della topografia urbana della prima Cartagine. A sud, nell’area di Salammbô, si trovava invece il tophet, il santuario dei bambini, che era parte integrante del…

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