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L’ultimo atto del leone di Cartagine

Inseguito dal rancore di Roma fino in Bitinia, Annibale preferì la morte al disonore della prigionia. L’analisi storica e medico-legale rivela i retroscena di un suicidio tanto drammatico quanto inevitabile.

Aveva sessantaquattro anni Annibale nel 183 a.C., quando – al capo opposto del mondo dove da Cartagine era infine approdato esule al suo ultimo rifugio, sulle sponde d’Asia Minore – venne a raggiungerlo il rancore di Roma, che aveva inviato una missione diplomatica formalmente per dirimere un contrasto tra reguli greci, di fatto anche per chiedere la consegna del più grande dei suoi nemici. Era l’estremo, sarcastico scherzo di divinità beffarde, viene da dire, poiché Libyssa, il phrourion Bithynias, il paesino bitinico in cui il Cartaginese si era fermato, preannunciatogli secondo un vaticinio, suggestivo ma improbabile, come ultimo approdo della sua vita, riecheggiava in modo ingannevole nel nome quella terra natale che non avrebbe rivisto mai più. Sul punto di togliersi la vita, pur di non cadere prigioniero nelle mani di Roma, amarissime dovettero agitarsi nell’animo del Barcide le ultime meditazioni, riandando alle alterne vicende di un’esistenza segnata da un insuccesso tanto assoluto quanto magnifico.

Un’amara eredità

Ben diverso si presentava ora il costume romano, e proprio lui, Annibale, poteva testimoniarlo per esperienza personale. I posteri di quei Senatori che un tempo avevano messo in guardia Pirro, giunto armato sul suolo italico, dall’uso di veleni, apparivano ora incapaci persino di attendere la fine naturale di un vecchio uomo, ormai solo, spossato dagli anni, lontano dalla patria e spogliato di ogni potere; e spingevano addirittura un legato consolare a indurre al tradimento l’infido Prusia, sovrano indegno del trono di Bitinia e perfido verso il proprio ospite. Tuttavia, dinanzi a quanto stava accadendo, Annibale sapeva nel profondo che il biasimo ultimo spettava solo a sé stesso. Di sua esclusiva responsabilità erano infatti le premesse che avevano condotto agli sviluppi politici più recenti. Era stato lui a spronare il nemico romano, spingendolo oltre ogni limite nelle sue capacità guerriere e nelle sue virtù civiche; ed era stato ancora lui, nel costringerlo a patimenti inusitati, a travolgerne i costumi e a mutarne l’etica. E fu infine lui stesso – e tale dovette essere il pensiero più straziante in quegli ultimi giorni – a incamminarlo su quel cammino di conquiste che egli av vertiva ormai come irresistibile. Aveva ridestato dal torpore il mostro che, spinto dal terrore da lui medesimo suscitato, stava ora divorando l’intera ecumene; né gli era poi riuscito di arrestarne l’impeto. Divenuto in seguito proverbiale tra i Romani sotto l’eloquente epiteto di Punicus, quel medesimo metus, quella paura, avrebbe infine – e almeno tale visione la morte risparmiò al Barcide – sancito la tragica rovina della sua Cartagine.

Ben sei tra le sette principali fonti antiche che ne descrivono la fine con maggiore dovizia di dettagli (Cornelio Nepote e Livio, Plutarco e Appiano, Eutropio e lo Pseudo-Aurelio Vittore, ossia racconti auto- nomi e varianti narrative) – a fronte di un numero maggiore di testi antichi, soprattutto tardi, che menzionano la morte di Annibale – concordano sul fatto che sia stato un veleno da lui stesso volontariamente ingerito, si trattò senz’altro di un suicidio e a provocarlo fu l’ingestione di una sostanza tossica. Vale la pena di chiedersi come, ascoltando la voce della scienza medica che su questo ha qualche cosa da dire.

Incidente o suicidio?

Da respingere sembra la versione del solo Pausania, secondo cui il Barcide sarebbe morto per l’infettarsi di una ferita accidentale causata dalla sua stessa spada, sguainata nell’atto di montare a cavallo. Pur teoricamente possibile da un punto di vista clinico nell’era pre-antibiotica, quella proposta dall’autore greco è l’unica variante a discostarsi da una sequenza di testimonianze che paiono formare una vera e propria vulgata; non solo, ma diviene ancor più sospetta per il…

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