Portata in Germania da un ufficiale della Wehrmacht e restituita all’Italia dagli eredi, la piccante scena musiva «cambia identità». Grazie a un taccuino d’epoca e alle approfondite analisi scientifiche, il reperto ritrova oggi le sue vere origini…
Per mesi era stato considerato un prezioso «ritorno a casa» al Parco Archeologico di Pompei, dove era stato esposto dopo la restituzione all’Italia. Ma ora il mosaico romano con scena erotica cambia «identità»: non è vesuviano, come si pensava, ma marchigiano. E proviene con ogni probabilità da una villa romana nell’area di Folignano, nel territorio di Ascoli Piceno.
La storia del reperto inizia durante la Seconda guerra mondiale, quando un capitano della Wehrmacht di stanza in Italia lo riceve in dono in cambio del servizio prestato nella catena dei rifornimenti militari. «Stregato» dalla scena raffigurata – un uomo che porge una borsa di denaro a una giovane donna seminuda, iconografia tradizionalmente interpretata come il congedo di un’etera – lo porta con sé in Germania e qui rimane, per oltre ottant’anni, nel patrimonio di famiglia. Finché gli eredi dell’ufficiale, venuti a conoscenza della vicenda, decidono di restituirlo allo Stato italiano e contattano il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. L’operazione, condotta con il supporto del Consolato italiano a Stoccarda, ha così portato al rimpatrio dell’opera nel 2023 e, dopo le opportune verifiche di autenticità, alla sua riconsegna ufficiale, avvenuta nel luglio scorso.
In assenza di dati certi sulla provenienza, il mosaico era stato assegnato dal Ministero della Cultura a Pompei sulla base di confronti stilistici e tecnici: l’area vesuviana è infatti ben nota per i mosaici figurati di età romana, spesso caratterizzati da temi analoghi svolti con raffinate modalità di esecuzione. Tuttavia, proprio l’avvio degli studi scientifici intrapresi nel tentativo di ricostruire il contesto dell’opera ha portato a rivedere radicalmente tale attribuzione. Le analisi archeometriche condotte dal Parco archeologico di Pompei in collaborazione con l’Università del Sannio hanno esaminato in dettaglio le tessere musive, evidenziando caratteristiche incompatibili con la produzione vesuviana: la composizione mineralogica delle pietre, la dimensione dei cubetti e la tecnica di posa del tessellatum rimandano piuttosto a officine attive nell’Italia centrale, tra il Lazio e la fascia adriatica, dati che suggeriscono l’esistenza di laboratori specializzati nella realizzazione di mosaici figurati destinati a una committenza aristocratica diffusa, capaci di esportare i propri prodotti in diverse regioni…
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