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San Vincenzo al Volturno una nuova visione

I recenti scavi, le ricostruzioni digitali e lo studio dei reperti riscrivono la storia di uno dei più importanti complessi benedettini dell’Europa altomedievale, rivelando l’estensione del monastero, l’aspetto della basilica maior e inediti legami con il mondo mediterraneo.

Il sito di San Vincenzo al Volturno (Isernia) è noto ormai da molti decenni come un luogo privilegiato per la conoscenza di un segmento ben preciso della storia, della cultura e della spiritualità europea. Il monastero molisano, situato a poca distanza dalle sorgenti del fiume Volturno in uno scenario naturale superbo, è infatti il luogo dove si può comprendere meglio che in qualsiasi altro posto d’Europa cosa siano state davvero le grandi abbazie fiorite nell’alto Medioevo e che conobbero il proprio zenit materiale nell’età di Carlo Magno e dei suoi immediati successori, e cioè tra l’ultimo quarto dell’VIII secolo e la metà del IX. Archeo si è occupata spesso di raccontare le novità che sono emerse dalle indagini archeologiche che vi si svolgono e che, negli ultimi trent’anni hanno conosciuto momenti importanti di svolta grazie al progresso degli scavi. Basterà ricordare la scoperta della Basilica Maior nel 1994, di cui allora venne indagata la zona absidale; i grandi scavi del 2000 – 2002, che (una volta completato lo scavo della basilica) ne unirono fisicamente le strutture a quelle degli edifici indagati nei primi anni ’80 intorno alla cripta dell’abate Epifanio; infine, gli scavi sul fronte del fiume Volturno del 2007 – 2008, che riportarono alla luce un tratto incredibilmente ben conservato di un pontile in legno altomedievale. più tardi, presso la collina dell’Odéon. I nuovi scavi INP-Sapienza alla giunzione tra le colline di Byrsa e Junon vengono a trovarsi quindi in un’area davvero decisiva per la comprensione della topografia urbana della prima Cartagine.

2022-2025: un triennio di attività e novità

Successivamente e sino ad oggi, gli scavi non si sono fermati (con l’eccezione del biennio 2020 – 2021, a causa dell’epidemia di Covid-19), ma hanno proceduto esponendo superfici ridotte, anche se in aree piuttosto importanti: il grande chiostro centrale del monastero di IX secolo (fra 2013 e 2022); il chiostro più piccolo di XI secolo situato a meridione della Basilica Maior (indagato fra 2023 e 2024); la sommità della collina che sovrasta il grande chiostro, dove si è scavato fra 2013 e 2016. Tutte indagini di cui si è dato conto in sede prettamente scientifica e che hanno rappresentato piccoli tasselli di ulteriore conoscenza, anche se su un sito delle dimensioni (e dell’importanza) di San Vincenzo il vero progresso si dovrebbe otte- nere attraverso un programma sistematico di indagini estensive.

Non essendo però questo possibile, negli ultimi anni si è proceduto in altre direzioni, aggirando l’ostacolo attraverso l’impiego di nuove metodologie di analisi del terreno, che hanno permesso di raccogliere una messe di dati assolutamente strepitosa, che ha ridisegnato in modo irreversibile la lettura del sito nel suo insieme, autorizzando nuove ipotesi interpretative sulla topografia delle varie fasi vita del complesso monastico, che potranno guidare le indagini di scavo vero e proprio nel prossimo futuro, come si inizierà già a fare a partire dall’anno in corso.

Cosa è accaduto: con la decisiva collaborazione dell’Istituto di Studi sul Patrimonio Culturale – sede di Potenza – del C.N.R. e con l’impiego delle sue strumentazioni, la missione archeologia del Suor Orsola ha programmato, nel corso di un quinquennio, una serie di attività di telerilevamento che hanno permesso di scansionare approfonditamente il terreno circostante l’area del parco archeologico vero e proprio per una superficie di diversi chilometri quadrati. Le risultanze sono andate al di là delle aspettative più rosee e i dati raccolti hanno aperto prospettive interpretative su quella grande scala che, recentemente, sembra si sia rinunciato a perseguire attraverso lo scavo vero e proprio.

A dire il vero, non è stata questa la prima volta che le tecnologie che rientrano nell’ambito del cosiddetto «remote sensing» o, come si dice in italiano, del telerilevamento, hanno aperto nuove prospettive per le letture interpretative del monastero molisano. Basti ricordare che le indagini con il georadar effettuate nel 1993 e poi ancora nel 1999 hanno predetto con estrema precisione ed affidabilità quello che il terreno avrebbe poi restituito con gli scavi prima della Basilica Maior e poi del grande chiostro centrale.

Ma quello che è cambiato oggi è la scala su cui tutte queste attività si sono potute proiettare, a fronte di un impegno di risorse contenuto. Negli anni ’90 le tecnologie utilizzabili (e non senza costi rilevanti), come la georesistività e il georadar, erano tutte ground based, cioè operanti a livello del terreno, il che ne limitava l’impiego a superfici facilmente accessibili e comunque di estensione non enorme. Ma l’irrompere ormai da diversi anni della disponibilità di quelle apparecchiature che comunemente chiamiamo droni, e l’accoppiamento a questi ultimi di fotocamere spettroscopiche e di radar, ha consentito di…

Vuoi leggere l’articolo completo? Trovi tutto nel nuovo numero in edicola Archeo n. 492 – Settembre 2026.

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