A Populonia la scoperta di un calamaio in ceramica a vernice nera restituisce la voce di ledeltius, uno schiavo che imparò a contare ottenendo la cittadinanza romana. Ecco il racconto di un’antica città che non smette di sorprendere.
Sul promontorio di Populonia, dove le case etrusche dominavano un tempo le rotte del Tirreno, la terra restituisce una voce. È quella di Ledeltius, uno schiavo che seppe conquistare la libertà grazie alla scrittura e che è riemerso dal silenzio di duemila anni attraverso un piccolo calamaio di ceramica a vernice nera. Un oggetto minuscolo, ma capace di raccontare un intero mondo: quello di una casa aristocratica dell’età tardo-repubblicana e della fitta rete di relazioni che univa padroni, liberti e servi nella vita quotidiana di una città costiera ormai romanizzata. Il calamaio è stato portato alla luce nel luglio 2024, durante la campagna di scavo condotta sull’acropoli del Parco archeologico di Baratti e Populonia dalle Università di Siena e Tübingen, sotto la direzione di Stefano Camporeale e Niccolò Mugnai. È riemerso intatto, con l’iscrizione «L. T. LEDELTI» incisa sul bordo: le prime due lettere rimandano al prenome e al gentilizio del padrone – Lucius T…, un personaggio di cui si sta cercando di ricostruire l’identità – mentre il terzo nome, quello servile, è l’antico segno dell’identità personale.
Ledeltius era dunque un liberto, emancipato con la manumissio, l’atto che conferiva la cittadinanza romana e trasformava lo schiavo in un uomo libero. Il suo nome, di probabile origine greca, suggerisce un passato nel grande mercato degli schiavi dell’Egeo, dove gli individui perdevano il proprio nome e ne ricevevano uno nuovo, latinizzato. Portato in Italia, divenne parte della forza intellettuale che animava le domus: contabili, segretari, copisti, precettori – schiavi istruiti, fondamentali per la gestione dei patrimoni e per la formazione dei figli delle famiglie aristocratiche. Come attesta il contesto del ritrovamento, Ledeltius svolgeva funzioni di dispensator, cioè di amministratore domestico e contabile. Redigeva registri di spesa, documenti commerciali, forse lettere e contratti. Tutto attorno erano altri strumenti per la scrittura, stili (pennini) in osso, normalmente usati per incidere le tavolette cerate, e raschietti in ferro, le «gomme» da cancellare dell’epoca. La costante attività di registrazione e calcolo doveva pertanto avvenire sia su papiri tramite l’inchiostro contenuto nei calamai sia sulla cera delle tavolette.
In quegli stessi ambienti è stato trovato anche un frammento di bambola di terracotta, indizio della presenza di bambini nella casa, per cui si può immaginare che la scrittura fosse collegata anche alla presenza di un pedagogo domestico. Contabile o insegnante che fosse, per Ledeltius la cultura fu un veicolo di riscatto: un sapere utile e insieme salvifico, che gli valse la fiducia del dominus e, infine, la libertà. La domus in cui viveva e lavorava è una delle più grandi residenze aristocratiche che ad oggi si conoscano in Etruria.
La domus distrutta da un incendio
Edificata nella seconda metà del II secolo a.C. in posizione panoramica, accanto ai resti dei templi etruschi, lungo la grande strada sacra che collegava l’area del foro e dei templi all’edificio delle Logge – una costruzione monumentale ad arcate cieche –, la residenza fu distrutta da un incendio intorno al 50 a.C., forse durante le turbolenze delle….
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